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sabato , 18 novembre 2017
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U’ Jettabbann ( il banditore)

U’ Jettabbann o  banditore è una figura storica nota sin dall’epoca medievale.

Un’immagine caratteristica, quasi pittoresca, rappresentata da colui che, annunciandosi con uno squillo di tromba, cui faceva seguito “‘u bann'” gridato ad alta voce, si fermava e rendeva pubblica ogni comunicazione, che si trattasse di sentenze, citazioni, proclami, ordini. Figlio di tempi in cui mancavano i mezzi di informazione e la gente non sapeva né leggere né scrivere, il banditore era un indispensabile strumento di comunicazione, una sorta di promoter pubblicitario moderno, utile alle autorità locali ma anche ai privati che vi ricorrevano per lo più per finalità commerciali. Spesso retribuito in natura con frutta, pesce ed altri generi che egli stesso aveva pubblicizzato.

Il banditore di Albano di Lucania (Potenza) – Ph. Francesco La Centra
Il banditore di Albano di Lucania (Potenza) – Ph. Francesco La Centra

Si fermava nelle piazzette più abitate così da essere ascoltato da un numero maggiore di persone. Al grido seguiva l’intonazione di una cantilena a voce alta o con il supporto di un megafono, in altri casi si accompagnava al rullo di un tamburo. Largamente diffuso anche in Basilicata e spesso presente nel “corredo” del banditore pubblico c’era, poi, il “cupa cupa”. Il nome è chiaramente di stampo onomatopeico nel senso che lo strumento produceva sempre lo stesso suono. Carlo Levi in “Cristo si è fermato ad Eboli” descrive il “cupa cupa” di Aliano, paese lucano in cui lo scrittore e pittore torinese fu confinato per la sua attività giornalistica contro il fascismo. “E’ uno strumento rudimentale – scrive Levi – fatto di una pentola o di una scatola di latta, con l’apertura superiore chiusa da una pelle tesa come un tamburo. In mezzo alla pelle – prosegue – è infisso un bastoncello di legno. Soffregando con la mano destra, in su e in giù, il bastone, si ottiene un suono basso, tremolante, oscuro, come un monotono brontolio”.

La “maschera” del banditore pubblico si è aggirata a lungo tra i borghi dei paesi lucani. Lo confermano alcuni scritti dello stesso Levi. Rappresentazioni curiose attorno a questa figura ricorrono in “Poesie inedite”, una delle quali, scritta durante il soggiorno a Grassano, esordisce con l’immagine del banditore e della sua tromba come esempio di comunicazione pubblica, o in “Cristo si è fermato ad Eboli”. Qui lo scrittore riserva al banditore una descrizione dettagliata e assolutamente utile a far rivivere le sfumature della sua storica mansione. “Era – scrive – colui che passava a tutte le ore per le vie del paese, suonando una trombetta e battendo su un tamburo che portava a tracolla, e con quella sua voce disumana annunciava le novità del giorno, il passaggio di un mercante, l’uccisione di una capra, gli ordini del podestà, l’ora di un funerale”. L’arte della comunicazione pubblica, dunque, era affidata al banditore, nella maggior parte dei casi ultra ottantenne e solito parlare un “dialetto” che era “un miscuglio di linguaggi”, osserva Levi.

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